Capelli neri, piercing al labbro inferiore. Jeans attillati, mani in tasca e scarpe rosa. Strascica i passi, storta nel sottopasso della stazione. Gli occhi persi tra una scritta sul muro e il regionale in partenza per Venezia. Le risa di tre ragazzetti con i capelli sparati. Ridono, le urlano dietro che Sei una perdente.
Incrocio il suo sguardo. Incrocia il mio sguardo. La bocca ha un fremito, una specie di sorriso. Alza una spalla. Poi di nuovo gli occhi a terra.
Vado oltre. Va oltre, verso la scalinata, verso il sole di un finalmente giorno di primavera.
(Avessi imparato quindici anni fa a camminare a testa alta, oggi forse non mi sarei riconosciuta)
(What's going on? And I say, hey hey hey hey I said hey, what's going on? Ooh, ooh ooh)
Ci sono giorni in cui non ti rendi conto di quanto veloci siano i minuti. Ti siedi a quel tavolo e per incanto è ora di correre a quel corso o a quell'altro corso o a lezione o al circolo o chissà dove ancora.
È strano ripensare a quegli anni in cui le giornate erano eterne, quasi potevi sentire il rumore della polvere che si posava sulla tua spalla.
Mia nonna ha sempre detto che quando la vita comincia a scorrere veloce, ti ritrovi a settant'anni che nemmeno te ne accorgi. E te ne stai lì a chiederti se e quando sei riuscita a fare tutto quello che volevi potevi dovevi.
Insieme alle ore sono scappate anche le parole. Come in un racconto che lessi da piccola saranno in viaggio verso le Azzorre, quelle scellerate.
C'è una salubre onnipotenza nel riuscire a alzarsi dal letto, ogni mattina.
Ogni scelta è atto politico. Diffido di chi non prende decisioni. Di chi dice di subire quello che gli accade. Non mi piacciono quelli che si mettono in poltrona a aspettare il tempo per, la forza per, lo spazio per. Non mi piacciono nemmeno le parole leggere, i come va guardando altrove. Perché se è vero che il tempo è prezioso, voglio usarlo per chi ci tiene veramente a sapere come sto, quello che faccio o penso.
(Ti ho lasciato là, senza una risposta. So che mi hai guardato salire quei quattro gradini, raggiungere il tavolo ed aprire il quaderno degli appunti. Hai sempre detto che le mie reazioni erano prevedibili. Ne sei ancora convinto?)
Ieri sera, mentre uscivo di fretta da casa di nonna, eri laggiù in fondo al cortile. All’angolo del marciapiedi, vicino alla porta.
Solo la brace rossa della sigaretta levarsi, il tuo saluto. Mandi Gigi, une bussade.
Ma non c’è più la tua bicicletta appoggiata al muro. Né le tue camicie a quadri stese al vento della domenica mattina. Te ne sei andato mentre tornavi a casa. Senza fare rumore, nel gelo degli ultimi giorni dell’anno. In una notte di luna spenta.
Il sole, il cappotto da portare in tintoria. Il menù del 25 da pensare. E che farai a Capodanno? Il prossimo che me lo chiede rischia grosso. I regalini da impachettare.
Vi regalerei i vostri sogni, tra quelli più impossibili da realizzare.
Ma posso solo mandarvi un abbraccio. Per giunta, virtuale.
Ci si rilegge a gennaio inoltrato. Buon tutto a tutti.
Scivolano i giorni. Zolle di asfalto strappato dalla pioggia. Sassi come se galleggiassero nei campi.
In una serata che a cui stavi per mancare, nell'abbraccio con amici troppe volte persi per strada. Sul sedile scomodo di un treno per Milano. Nell'appiccicare un bollino verde scuro sul pannello, nell'ultima sala della mostra sui neo impressionisti. Nell'alzare gli occhi, tuffarsi nell'azzurro delle luci in Galleria. E sentire forte che ti vorrei qui. Nel ricordare di quanto ridessi, da bambina, guardando le opere di Matisse. Nella mano di un amico che credevi allontanato, per chissà quale stupido screzio.
Alle volte trovi la forza laddove non te l'aspetti.
Essere svegliati all'improvviso. Ritardo indefinito, mi accompagni al lavoro? Guidare sbadigliando, dopo una pettinata veloce una doccia veloce niente caffè che non c'è tempo. Programmare la giornata, tra il corso di tedesco e il giro per negozi, la prenotazione della visita per nonna e la lezione di recupero di danza del ventre. Mio padre che quasi si addormenta nel tepore dell'abitacolo. Niente movimenti bruschi, vado tranquilla tra una curva e il passaggio a livello.
Chiuso. Anche oggi. Puntuale come sempre il trenino per Cividale.
Giorni di luce. Giorni di pioggia. Giorni a piedi. Giorni al volante.
Sfoglio pagine virtuali. Le mie parole scivolano tra le dita. Rileggo e mi chiedo se sia io a averle scritte.
Percorro passati più o meno prossimi.
Avevo cancellato alcuni fatti e persone. Di altri, il ricordo era sovradimensionato.
Le mie bugie sono le sole a cui fingo di credere. Ho finto una forza che non ho, "minimizzando" una certa data. Solo un luccicare d'occhio che nessuno ha avuto il tempo di notare. Seduta nell'angolo, con Stella addormentata sulle ginocchia. E il sole a illuminare le tendine bianche della cucina. E gli altri attorno al tavolo che si interrogavano su come sta andando il reinserimento di Donatella a casa. Più difficile di quanto volessi mostrare, questo mercoledì di inizio dicembre.
(Al cîl al è biel come che volte che o sin ladis in vie Marcjat Vieri. Ti visitu? Jò o vevi fret e a te e lusivin i voi. Tu ses simpri cun me, mame, ancje se non rivin a incrosà lis nestris stradis da ormai undis ains.)
Trieste è un biglietto per il treno. È nelle calze a righe. Nel bavero del cappotto. Nell’autobus verde dall’altra parte della piazza.
Trieste è un gatto che dorme. È nelle rovine romane. Nelle scalinate. Nei tetti tutti uguali. Nel rintocco di una campana. Nell’ insegna della libreria che fu di Saba. Nella sede storica de Il Piccolo.
Trieste è un gelato al pistacchio. È nei capelli di una donna che guarda il mare. Nelle canne da pesca di quattro uomini sul Molo Audace. Nei mattoni del Grattacielo Rosso. Nelle foglie di legno del Caffè S.Marco.
Trieste è una corsa mentre il sole tramonta. È nel prendere il regionale all’ultimo istante. Nel vagone freddo. Nelle chiacchiere con la ragazza seduta di fronte.
(Poi il lunedì si sveglia con la neve. E il gelso nel prato sembra un pugno scagliato verso il freddo)
Foschia e cammino. Mani fredde e lo smalto troppo rosso sulle unghie, corte. La lezione di tedesco è finita da cinque minuti. I libri stretti tra le braccia a riparare la scollatura del cappotto. Solo uno scricchiolare di foglie. La viuzza è un dolce serpeggiare di ciottoli e sabbia. Una casa azzurra, un insulto di vernice nera più volte cancellato. Un gatto grigio e i ciclamini sul davanzale della finestra. Voci dai corridoi della scuola e un Sei la mia sorellina che incornicia il primo piano.
Rifletto nella vetrina di un negozio vuoto. Un'occhiata di profilo. Forse dovrei accorciare i capelli. E poi penso alla postura, alle indicazioni date dalla maestra di danza del ventre. Spalle basse, testa alta e sguardo fiero, espressione rilassata e bacino retroverso. Un respiro profondo. Sento l'aria fredda che entra nei polmoni. Il ritmo nella testa. E anche un pò più giù. Foschia e cammino.
(Non capirò mai come sia successo. Non me lo chiedo nemmeno. Ma sei tutto quello che mi ci vuole. E non sai quanta forza mi dà saperti qui)
E poi ci sono giorni in cui ti svegli, tra le lenzuola verdi e il piumone azzurro. Stretto in mano il cellulare. Sul display un sms che avresti dovuto spedire. Accanto Stella scondinzola, ti lecca il naso, ha fretta di uscire. Il sole illumina già la strada, i bambini della casa di fronte corrono nella polvere per raggiungere la fermata del pulmino della scuola.
Ti stiracchi nel letto, sei tutta stropicciata spettinata sprimacciata. Un brivido di freddo, hai molte cose da fare, caricare l'auto e portare via tutto, far ridere tua nonna, dirle di non preoccuparsi, accarezzare il cane, bere il caffè mentre la lavatrice fa la centrifuga, lavarti i capelli, scaricare le foto di sabato, studiare un pò di tedesco, lasciare che la giornata scivoli a sera, aspettare quei messaggi che ti regalano un sorriso.
Indossi il cappotto e la sciarpa comprata all'outlet. Pensi che sono due euro spesi bene. Metti la borsa a tracolla e mandi un bacio alla nonna sfrecciando in corridoio. Di corsa per gli scalini e fuori dal portone che sabato notte hai dovuto scavalcare.
Metti in moto l'auto e accendi la radio. You're a rhapsody, a comedy You're a symphony and a play. Ingrani la retro e vai. Cominci la giornata e sai già che non smetterai un attimo di pensarci.

Mauro. Torno da qualche giorno di silenzio informatico e trovo caldo caldo questo premio, Punto di vita dell'arte. Ringrazio per la preferenza accordatami.
E ottempero alle regole, ma cavoli quante regole ci sono sempre da seguire...
La regola 1. Indicare da chi si è ricevuto il premio... GIÁ FATTO? BBBBENE...
La regola 2. Dire per quale motivo ho creato il mio blog. "Creare" mi sembra eccessivo. Non ho la potenza per generare qualcosa dal nulla. Aprii il mio primo blog perchè sentitvo la necessità di stare da sola. Non so, non credo di continuare con la stessa motivazione... Ma qui, in fondo mi si chiede solo perchè ho iniziato... Quindi... FATTO? BBBBENE...
La regola 3. Dire quale è la mia arte preferita. Vorrei non doverne indicare una sola. Come è possibile scindere le membra di un solo corpo? Questa domanda è stata ideata da persone tipo quelle che, da piccola, mi chiedevano se volevo più bene a mamma o papà... Ogni opera d'arte è musica letteratura pittura fotografia scultura architettura... Tutto. Non cerco la via d'uscita per ignavia. Davvero, non posso scegliere. Quindi... FATTO? NON PROPRIO, ma BBBBENE...
La regola 4. Coinvolgere 13 amici bloggers. Ah, non sono in vena di "imporre" niente a nessuno. Va da sé, chiunque abbia piacere di fare suo questo premio, io sono felicissima di assegnarglielo... FATTO? NO. Ma va BBBBENE lo stesso...
(Il cuore fa rumore. Continua a piovere e, a sera, un pò di foschia. Forse ci vuole troppa pazienza con me. Devo avere pazienza con me stessa. Non so se ne sono ancora capace. Le parole saltano ed annodano la lingua. Intanto aggiungo un foro alla cintura nera.)
Dietro gli occhi delle persone che incontro per strada. Nelle mani della signora che abita in fondo alla strada. Nei fianchi della biondina che ho conosciuto ieri sera a danza del ventre. Nelle spalle del ragazzino del corso base.
C'è più vita nella piega di un sorriso che in tutte le parole con cui tento di raccontarmi.
E poi solo il mio respiro in tutto questo silenzio.